Navigare necesse est, si diceva a quei tempi: l'impero romano riuniva navi in tutti i territori circostanti quello che veniva chiamato Mare Nostrum. La navigazione, pertanto, era indispensabile tanto per i traffici commerciali quanto per la difesa militare. La flotta di navi imperiale di Miseno aveva il compito di tenere sotto controllo l'intero Mediterraneo occidentale. Quella con sede a Ravenna, invece, aveva la responsabilità per il Mediterraneo orientale. Scivolavano sull'acqua. Le navi della flotta imperiale si muovevano grazie alla forza del vento, sapientamente raccolto e orientato nelle imponenti vele latine, e a quella delle braccia di migliaia di marinai - in molti casi, schiavi, condannati ai lavori forzati o prigionieri di guerra - che muovevano a ritmi cadenzati dal tamburo i remi alliniati delle navi che si distinguevano fra loro, tra l'altro, per il numero degli ordini di remi: dalle liburne, che ne avevano due, fino alle esaremi, che ne avevano sei, passando per le triremi, le quadriremi e le pentaremi. I rematori erano alloggiati su ponti sfalsati delle navi in modo da poter attivare i remi di tutti gli odini: a seconda dei casi, due, tre, quattro, cinque o sei. L'obiettivo di ammiragli della flotta e comandanti delle navi era quello di manovrare ib modo tale da consentire alle unità dell'armata romana di affiancare le navi nemiche. Una volta completata questa manovra, la passerella delle navi veniva abbassata violentemente, grazie a un sistema di carrucole, e il corvo, penetrando profondamente nel legno del ponte delle navi avversarie le stringeva in un abbraccio che il più delle volte si rivelava mortale. Attraverso la passerella, infatti, i soldati della Prima Legio Auditrix, allenati a questo nella Scola militum di Miseno, andavano all'arrembaggio affrontando i nemici in furiosi corpo a corpo sulle loro stesse navi, colpendo con le daghe e proteggendosi con gli scudi. In pratica, si ripeteva sul mare lo stesso modello di scontro che le legioni romane praticavano a terra. Nella fase dell'avvicinamento delle navi all'unità avversaria si utilizzavano tutte le armi a lunga gittata disponibili: dalle catapulte (che lanciavano pesanti proiettili di pietram, spesso imbevuti di pece e incendiati) e dalle baliste (che scagliavano dardi di grandi proporzioni) alle armi individuali, come frecce e giavellotti. Questa operazione produceva gravi danni alle navi avversarie (che spesso prendevano fuoco o imbarcavano acqua) e provocava ampi vuoti fra i combattenti e gli equipaggi, creando le migliori condizioni per il successo dell'arrembaggio finale.